Bologna
Dal 1506 al 1860 Bologna, con diverse vicende, fu sotto il dominio dei papi e quindi praticamente esclusa da qualsiasi infiltrazione “ereticale”. Tuttavia della presenza di almeno un gruppo di evangelici a Bologna, anche nei burrascosi tempi precedenti il plebiscito che nel 1860 liberò la città dal dominio papale per annetterla al Regno d’Italia, resta per esempio testimonianza nei Registri di chiesa con la notazione di un battesimo celebrato nel salone del Palazzo Loup in piazza Calderini il 4 ottobre 1863 da parte di un pastore venuto da Firenze.
La bimba, Isabella, era nata in Bologna nell’ottobre dell’anno prima. Da Firenze infatti, in quegli anni venivano periodicamente, e certo clandestinamente, pastori che tenevano culti privati in quell’ospitale palazzo. Né fu indifferente per una qualche affermazione del Metodismo in Bologna il movimento denominato “Chiesa Cristiana Libera” fondato a Firenze appunto dal convertito ex barnabita bolognese capitano garibaldino Alessandro Gavazzi (1809 – 1889).
Nel 1871 infine si apre in via S. Vitale ai numeri 5 – 7 il primo locale pubblico di culto metodista wesleyano, che diverse vicende spostano prima nel 1890 nella Piazzetta Ugo Bassi e poi in Piazza Malpighi fino al 1904. Al 1874, intanto, risale la prima predicazione metodista episcopale nella nostra città.
In una Guida di Bologna del 1892, a p.98 si legge: “In via del Carbone al n.3 sorge un Tempio Evangelico che fu costruito nel 1881″ e a p. 103: “Nel tratto che divide via S. Felice da via del Pratello, vedesi un piccolo Oratorio Evangelico”.
Infine nel 1885 le due comunità si fusero nell’attuale Chiesa di via G. Venezian, appunto l’antica via del Carbone.
Attualmente la Chiesa evangelica metodista di Bologna con tutte le sue attività culturali e sociali è pienamente inserita nell’ambito cittadino. Oltre a volgere le normali mansioni del Culto domenicale, Scuola domenicale per i fanciulli, Catecumenato per gli adolescenti, riunioni infrasettimanali di Studi biblici e di preghiera, promuove periodici incontri ecumenici, sostiene l’opera del “Centro Culturale Alessandro Gavazzi”, si fa carico dei Gruppi di Imola e di Modena col suo “Centro Culturale Leroy M. Vernon”; ed accoglie numerosi fedeli provenienti da altre chiese in Africa e in Asia.
Siamo grati di poter godere nella nostra limitatezza di questa presenza fraterna molto significativa per una Chiesa come quella Metodista che ha sempre avuto come sua caratteristica principale l’evangelizzazione.
Modena
Nel 1500, subito dopo l’esplosione della Riforma luterana (1517), sorsero anche in Italia vari focolai “ereticali”. Fra essi quello di Modena, dal 1300 sotto il dominio degli estensi, poté subito essere considerato per un trentennio il più importante del paese.
Tra le nobili famiglie e tra il popolo minuto circolavano libri religiosi di autori d’oltralpe, in parte tradotti e comunque per lo più stampati a Venezia, che rappresentavano una propaganda clandestina atta ad informare sulla nuova fede i vari ceti sociali: intellettuali come era prevedibile, ma anche professionisti, mercanti, popolani, chierici ed esponenti di grandi famiglie. In documenti dell’epoca si parla di calzolai, barbieri, tintori che “avevano l’ardire di discutere pubblicamente di teologia”. Non a caso fu detto che i modenesi tutti erano pronti ad abbracciare “tutte le heresie germanice” (Firpo).
Nacque così come centro propulsore delle nuove dottrine una cosiddetta “Accademia” collegata ai più significativi gruppi del dissenso religioso in tutta Italia (Venezia – vero e proprio porto di propaganda eterodossa – Ferrara, Piacenza, Siena, Lucca, Napoli ecc.) nella quale si svolgevano incontri, discussioni, studi biblici. Era l’affascinate affermazione del ritorno alla “Parola” che accantonava, quando non escludeva, il ritualismo e la burocrazia ecclesiastica col suo esasperante autoritarismo.
Essa lottò per mantenere in Modena sufficienti spazi di libertà di coscienza, e fu tanto attiva da farla riconoscere tra i motivi principali che nel 1542 suggerirono la formalizzazione dell’inquisitorio Sant’Ufficio romano. Ciononostante tra i tenaci “eterodossi” modenesi ci fu un ulteriore sviluppo del movimento che si radicò soprattutto nel tenace mondo artigianale: tessitori, falegnami, calzolai, piccoli commercianti i quali, sotto la spinta della ormai guadagnata libertà di coscienza, avevano intanto imparato a leggere e quindi anche a ragionare.
Nella seconda metà del secolo, cominciarono processi, condanne, abiure, fughe, roghi; tuttavia la comunità “eretica” modenese durò fin dopo la conclusione (1563) del Concilio di Trento. In quegli anni l’”eresia” modenese si costituì in vera e propria comunità di “fratelli” che si riunivano per il culto, la preghiera e la celebrazione della Santa Cena. Personaggi importanti ne erano alla guida. Ma la sistematica repressione messa in atto da Paolo V stroncò la resistenza degli ultimi seguaci ai quali non restò che l’esilio in Svizzera dove si affiancarono a movimenti similari.