Chiesa Evangelica Metodista di Bologna e Modena

Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi

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Centro Culturale Protestante “Alessandro Gavazzi”

Testo della conferenza tenuta dal Pastore Sergio Ribet domenica 10 maggio 2009 dal titolo: “Alessando Gavazzi: Chi era costui?

Lo spunto per questa chiacchierata mi è stato dato da un breve scritto di pagine, di Alfredo Taglialatela. Forse un altro sconosciuto, per molti di noi, ma per ora diciamo soltanto che è stato pastore di questa nostra chiesa dal 1904 al 1907. L’opuscolo di Taglialatela ha per titolo “Alessandro Gavazzi. Il cappellano di Garibaldi. 1809 – 1889”.

Ecco una prima informazione: Alessandro Gavazzi nasce, duecento anni fa, per l’esattezza il 21 marzo 1809. E nasce a Bologna, allora la seconda città dello Stato Pontificio. Suo padre, che ebbe venti figli (Alessandro era il secondogenito), era professore di diritto all’università di Bologna.

E abbiamo anche un indizio: Alessandro Gavazzi era un garibaldino. Ma parlare del nostro come se la qualifica di garibaldino fosse sufficiente per presentarlo, sarebbe estremamente riduttivo.

Già i sottotitoli del Taglialatela ampliano la prospettiva:
“Il Frate”.
“Il Patriotta (sic) e il Cappellano di Garibaldi”.
“Il Protestante”.
“L’Evangelizzatore e il Presidente della Chiesa Libera”.
“Lo Scrittore”.

A grandi linee, mi atterrò a questi sottotitoli, ampliando qua e là con alcuni dati biografici, e qualche precisazione raccolta da testi vari di Valdo Vinay, Giorgio Spini, Domenico Maselli, e altri.
(Le citazioni con virgolette sono copiate dal testo di Taglialatela, se non vi sono altre indicazioni)

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Il frate.

A sedici-diciassette anni divenne frate (1825 – 1826).
Racconta Taglialatela: “L’ordine prescelto fu quello dei Barnabiti, un ordine, come tutti sanno, che coltiva il sapere ed è liberale, quanto si può essere liberale tra i frati”. “Pure Barnabiti furono Ugo Bassi, e, in tempi più recenti, il Semeria.”

Gavazzi fu professore di retorica a Napoli, poi predicatore ad Alessandria, poi a Piacenza. Ma ben presto la sua predicazione diventa patriottica, contro l’impero austroungarico, tanto che nel 1836 (a 27 anni) il governo austriaco non gli permette di tenere un quaresimale ai Frari di Venezia. Fu mandato in seguito in Piemonte, al collegio di Moncalieri, dove ebbe sotto la sua cura spirituale il futuro Vittorio Emanuele II, I Re d’Italia (1820-1878). Anche qui fu ostacolato, dai gesuiti, e dal Conte Clemente Solaro della Margarita, “più papista del papa”, come ricorda il Taglialatela. In seguito si offerse per l’ufficio di cappellano presso le carceri di San Francesco, nel ducato di Parma, e anche qui si scontrò con i gesuiti.

Nel 1846 (a 37 anni) per volontà del pontefice Gregorio XVI fu recluso nel convento di S. Severino. Per quale motivo?
Aveva predicato su scottanti argomenti di attualità, a Bologna, in San Petronio, per la novena della Concezione, analogamente a Perugia, e, peggio ancora, ad Ancona, dove si era espresso in modo irriverente rispetto al miracolo della Madonna che aveva aperto gli occhi per rallegrarsi della prima invasione delle Marche da parte dei francesi (miracolo autenticato da una bolla papale). Nel giugno del 1846, prima che giungesse il termine della reclusione, Gregorio XVI morì, e il nuovo papa, Pio IX, concesse l’amnistia ai condannati politici. Gavazzi – dice Taglialatela- “spiccò il volo”.
Visita la famiglia di Pio IX (i conti Mastai) a Sinigaglia, offre loro una raccolta di prose e poesie in onore del nuovo papa, che all’inizio parve un liberale, e poi va a Roma, per incontrare Pio IX.

Il Patriotta e il Cappellano di Garibaldi

Alessandro Gavazzi fu tra i primi a comprendere che Pio IX non era liberale.
Fu ricevuto dal Papa. “Pochi giorni dopo, in San Andrea delle Fratte, gremita fino all’inverosimile, egli pronunziava una implacabile requisitoria contro il papato di Gregorio XVI”.

Sta arrivando il quarantotto. Forse è utile ricordare qualche episodio di quest’anno cruciale.
I primi moti rivoluzionari avvengono in Francia, nel febbraio del 1848; la repubblica viene proclamata il 24 febbraio. A marzo sono Berlino, Vienna, l’Ungheria che si rivoltano contro i governi. In Italia, possiamo ricordare le 5 giornate di Milano (18-22 marzo), l’insurrezione di Venezia, che porta alla Repubblica di San Marco (22 marzo), con personaggi come Daniele Manin e Nicolò Tommaseo. Il 23 marzo Carlo Alberto dichiara guerra all’Austria. E’ l’inizio della I guerra di indipendenza.

E’ in questo clima che Alessandro Gavazzi si trova pienamente coinvolto. All’inizio del 1848 gli studenti della Sapienza, che stanno protestando contro l’Austria, dopo l’uccisione di studenti universitari a Vienna da parte dell’esercito, invitano A. Gavazzi, che si schiera con loro in un acceso discorso patriottico tenuto nella Cappella della Sapienza, che non passa inosservato. Qui la vicenda diventa decisamente romanzesca. I soldati del papa “piombano sul Convento di S. Carlo ai Catinari, lo agguantano e lo trasportano al ritiro di S. Bonaventura sul Palatino. Il Rettore Magnifico, il duca Caetani, ministro dell’interno, e Padre Giovacchino Ventura si recano dal papa a impetrare la liberazione del prigioniero. Pio IX la promette. Invece, la stessa notte Gavazzi è condotto dai soliti amabili sbirri a Genzano presso i padri cappuccini”. I Genzanesi e gli studenti accorsi da Roma lo liberano.

Nel periodo delle cinque giornate di Milano, Gavazzi inizia una campagna di propaganda e di collette per mandare un corpo di volontari in aiuto ai milanesi. “Il papa fa buon viso a cattiva fortuna. Benedice i volontari, nomina Gavazzi cappellano della spedizione e promette abbondanti mezzi pecuniari”. In realtà vuole levarsi dai piedi questa gente turbolenta. Gli aiuti promessi non arriveranno mai. Tuttavia partono 4000 volontari, che lungo il cammino diventeranno 20.000 (così Taglialatela, probabilmente qualche migliaio in meno). Alessandro Gavazzi segue comunque il corpo dei volontari pontefici fino al Veneto, insieme con Ugo Bassi, barnabita come lui, con il quale ha un profondo rapporto di amicizia. Passando a Bologna, Ugo Bassi e Alessandro Gavazzi dalla scalinata di San Petronio arringano la folla, e piovono le offerte. Una ragazza, che non ha gioielli, si recide le trecce dicendo: “vendete queste”. A Venezia è presentato alla folla, sul balcone del palazzo ducale, da Manin e Tommaseo.

Ricapitoliamo ancora qualche avvenimento.

Il papa, che a marzo aveva inviato truppe regolari contro l’Austria e permessa la partenza dei volontari, il 29 aprile, in una “Allocuzione” ai cardinali, dichiara di non poter partecipare ad alcuna guerra, come pontefice, e ordina ai suoi soldati di ritirarsi dal conflitto.   C’è una reazione popolare, Pio IX tenta una mediazione chiamando al governo Pellegrino Rossi, un giurista moderato, nel settembre del 1848. Ma Pellegrino Rossi viene ucciso da un rivoluzionario. Pio IX ritiene opportuno lasciare Roma nel novembre del 1848, riparandosi a Gaeta, presso il re di Napoli, dove già si era rifugiato, da febbraio, il granduca di Toscana Leopoldo II.
Nel gennaio del 1849 la cittadinanza liberale e democratica romana convoca un’Assemblea Costituente, dichiara decaduto il potere temporale dei papi, e, il 9 febbraio 1949, proclama la Repubblica Romana, guidata da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini.

La storia della Repubblica Romana è una pagina importante per il protestantesimo italiano. E’ in questo periodo che “fu stampato per la prima volta a Roma un Nuovo Testamento nella versione italiana di Giovanni Diodati” (V. Vinay, Protestantesimo, 11/1956). Il pastore Théodore Paul, ginevrino, ospite dell’ambasciata di Prussia, quando nella Repubblica Romana fu garantita la libertà di stampa, si adoperò per fare stampare questo Nuovo Testamento, in 4ooo copie. Ebbe contatti con Giuseppe Mazzini, pur non condividendo l’uso delle armi non “spirituali” dei rivoluzionari,; probabilmente non incontrò né Ugo Bassi né Alessandro Gavazzi, che non si era ancora posto il problema di una riforma religiosa in Italia.

Dopo le “rivoluzioni liberali”, ben presto la restaurazione prevale. I volontari che hanno appoggiato la I guerra di indipendenza registrano defezioni (anche per il timore di rientrare nei piccoli stati italiani da cui provengono, dove è prevedibile una “normalizzazione” pesante.
La spedizione dei volontari di cui fa parte Gavazzi si scontra con gli austriaci. Gavazzi la raggiunge, da Venezia, per soccorrere i feriti di Treviso e per salvare la bandiera presso il Piave. Prende parte ancora a due combattimenti a Vicenza, dopo i quali la spedizione è costretta ad arrendersi. Gavazzi è espulso prima dalla Lombardia, riconquistata dall’Austria, poi dalla Toscana, ripara a Genova, “dove gli giunge l’invito del governo provvisorio di Bologna a recarsi colà a compiere opera di pacificazione tra i cittadini”.

Dopo Genova, Livorno. Le autorità gli proibiscono di sbarcare. Ed ecco un nuovo momento romanzesco, descritto da Taglialatela. “La folla va a prenderlo a bordo, lo porta in trionfo sul balcone del palazzo del governo, e lo ascolta rapita”.
E’ scortato dalle guardie fino a Porretta. “A Bologna parla nella piazza, e, per effetto della sua parola, le risse e gli assassinî politici cessano definitivamente. Il premio che ne riceve è un mandato di arresto da parte di Pio IX”. Il generale Zucchi finge di volerlo mandare in missione a Roma, presso il ministero liberale. A Viterbo Gavazzi scopre che la sua vera destinazione è la galera di Corneto. I viterbini lo riconoscono e lo liberano.

Proprio in questo periodo il papa si rifugia a Gaeta, e viene proclamata la Repubblica Romana. Gavazzi, dopo una corsa a Venezia, raggiunge Roma. “Fonda un giornale, L’Assemblea, nel quale perora la causa dell’abolizione dell’Inquisizione”, e la Costituente decreta la soppressione di questo tribunale.

La Francia, non solo per appoggiare il papa ma anche per la sua strategia antiaustriaca, invia le sue milizie a Roma. E’ in questa occasione che per la prima volta Gavazzi fu cappellano di Garibaldi. Partecipa agli scontri di Porta San Pancrazio, Villa Corsini, Villa del Vascello, e al combattimento di Velletri contro i borbonici. La Repubblica Romana cade il 3 luglio 1849, quando il generale Oudinot, a capo delle truppe francesi, riesce ad entrare a Roma e restaurare il potere temporale dei papi. Pio IX rientrerà in Roma nell’aprile del 1850.

Gavazzi, dopo la capitolazione non segue Garibaldi, che tenta di raggiungere Venezia, con Ugo Bassi e Ciceruacchio (Angelo Brunetti). Bassi e Ciceruacchio, caduti nelle mani degli Austriaci, vengono fucilati. Alessandro Gavazzi resta a Roma, a curare i feriti nella chiesa della Nunziatella. Viene arrestato dalle guardie pontificie. Riesce a fuggire nel Consolato americano, e clandestinamente raggiunge Civitavecchia, va a Marsiglia, e di lì in Inghilterra.

Il Protestante.

Gavazzi raggiunge Londra a fine luglio del 1849. Uno studio accurato su “Gli evangelici italiani esuli a Londra durante il Risorgimento”, di Valdo Vinay (Claudiana 1961) testimonia il forte appoggio che gli esuli ebbero presso gruppi evangelici. Approdato a Londra con un’ottica antipapista per patriottismo, ma sostanzialmente cattolica, Gavazzi matura una revisione delle sue convinzioni. Ebbe contatti con Lord Palmerston, ministro degli esteri del governo liberale inglese, che gli offre l’opportunità di presentare la causa dell’indipendenza italiana con molte conferenze (in buona parte pubblicate), non solo in Inghilterra ma anche in Scozia e in Irlanda.

Nel suo percorso di avvicinamento al protestantesimo, importante fu la sua corrispondenza epistolare con Luigi De Sanctis, esule a Malta dal 1847 (più tardi anche alcuni incontri, nel 1855 a Sheffield, e nel 1859 a Torino) (G. Spini, L’evangelo e il berretto frigio, p. 27). Non era ancora trascorso un anno dal suo arrivo a Londra, che Gavazzi già aveva affittato una chiesa per predicare agli esuli.

Sulla conversione al protestantesimo di Alessandro Gavazzi i pareri degli storici divergono. Certamente fu in Gran Bretagna che le sue convinzioni religiose mutarono. Per alcuni Gavazzi resta, in sostanza, un polemista anticattolico che però non ha del tutto compreso il protestantesimo. Per altri ha fatto sua la comprensione dell’Evangelo tipica del suo tempo, molto intrisa dalla visione politica soprattutto britannica, e appoggiata fortemente dalla massoneria. G. Spini scrive “Massone era sicuramente il Gavazzi; ed è probabile che lo fossero parecchi altri” dei personaggi che egli incontra tra gli esuli italiani in Gran Bretagna. (op. cit.).  Per altri ancora (tra cui il Taglialatela), la sua “conversione” fu sincera, e meditata, anche se non profonda dal punto di vista teologico. A me pare che la sua fede fu, come quella della maggior parte degli evangelici in Italia in quel periodo, assai più evangelica e revivalistica che protestante. Vi fu certamente, peraltro, una svolta importante, che porta Alessandro Gavazzi fuori dal cattolicesimo e dentro l’alveo del protestantesimo, italiano, europeo, e del Nord America.

Nel 1853 Gavazzi va per la prima volta negli USA, invitato da molti a tenere le sue ormai famose conferenze. Non fu, in questa circostanza, solamente un oratore. Fu anche pastore: spesso predicò nelle chiese, sia di emigrati che di statunitensi. “A New York fondò la prima chiesa evangelica italiana”.
Dagli Stati Uniti passò nel Canada. In alcuni luoghi fu ben accolto, in altri, “come a Quebec e a Montreal, fu assalito da turbe fanatiche aizzate dai preti, i quali avevano apertamente dichiarato opera meritoria spedire il frate apostata all’altro mondo”, dice il Taglialatela. Nella prima città i morti furono 14, a Montreal 16.

Dal Canada A. Gavazzi tornò negli Stati Uniti, ancora con grandi trionfi e onori (due medaglie d’oro conferitegli da due logge massoniche), ma anche, a quanto pare da una fonte che non ho potuto controllare, con una espulsione da parte delle autorità americane, in seguito a manifestazioni di piazza in Cincinnati nel dicembre del 1853, anticattoliche e segnatamente contro Gaetano Bedini, già arcivescovo di Bologna quando era stato fucilato Ugo Bassi (8 agosto 1849).
Gavazzi tornò in Gran Bretagna, ancora per cinque anni (scontri vari, a Galway, in Irlanda, ad Oxford…). Nel 1859 rientrò in Italia, a fianco di Garibaldi come cappellano militare, nella seconda guerra d’Indipendenza (aprile – luglio) e poi nell’impresa dei Mille, nel 1860.

L’Evangelizzatore e il Presidente della Chiesa Libera.

Taglialatela riconosce che sarebbe stato più utile trattare questi due punti separatamente, ma, come è successo anche a me, si trova a dover riassumere un discorso che stava per diventare troppo lungo …
Il giorno d’arrivo in Italia dell’esule Gavazzi coincide con la pubblicazione dell’armistizio di Villafranca (11 luglio 1859), non proprio glorioso per uno spirito ribelle come il Gavazzi, che con sotterfugi era riuscito a giungere in Italia, con complicità delle ambasciate britanniche e statunitensi. “Mi fecero desiderare di nuovo – egli scrisse – la terra d’esilio”. Qualche appoggio lo ottenne, per esempio dai ministri Rattazzi e Ricasoli: quest’ultimo, con molti legami con gli evangelici britannici, gli facilitò la via per un’opera di evangelizzazione in Firenze.

Ma un’altra chiamata lo dirige altrove. Garibaldi gli chiede di essere cappellano dei Mille. Gavazzi raggiunge i garibaldini a Palermo. Taglialatela dedica alcuni paragrafi per sostenere che Garibaldi sapeva che Gavazzi non era più cattolico, ma lo aveva arruolato come cappellano non per sbaglio, ma volutamente, per favorire l’emancipazione religiosa degli italiani.
Gavazzi è con Garibaldi da Palermo, a Napoli, al Volturno. Non solo cappellano, a quanto pare, ma anche uno straordinario collettore: traduciamo nell’inglese oggi predominante, un ottimo esperto di fund raising. A Napoli ogni giorno arringava in camicia rossa il popolo in piazza Plebiscito. Al teatro San Carlo, dopo il primo atto de “La battaglia delle donne”, si buttò in un comizio che spettatori a attori seguirono a tal punto da non badare più alla commedia.

Sul versante religioso, Garibaldi assegnò ai suoi due chiese dei Gesuiti: al mons. Proteo, della “Società emancipatrice del clero liberale, la chiesa di “Gesù nuovo”, a Gavazzi, per la propaganda evangelica, la chiesa di San Sebastianello. Questi due decreti portano la data del 2 ottobre 1860. Le chiese furono recuperate dai Gesuiti nel maggio del 1961. Garibaldi, da Caprera, si rammarica di questo e incoraggia Gavazzi a non tacere.

Ma Gavazzi ritiene opportuno trasferirsi a Firenze, dove risiede per 4 anni. Nel 1865, ricordiamo, Firenze diventa la città capitale d’Italia.

Gavazzi viene chiamato da Garibaldi, se pure per poco, in Tirolo, come cappellano. Siamo alla III guerra dell’Indipendenza italiana (1866). Poi di nuovo a Firenze, e a Venezia. Ancora un viaggio in Inghilterra. Conclusa la terza guerra di indipendenza, si riapre la questione della conquista di Roma. Gavazzi rientra in Italia seguendo Garibaldi per la liberazione di Roma, è presente al combattimento di Monterotondo (26 ottobre 1867) e il 3 novembre trasportò a Terni i feriti di Mentana (1867). “Egli sempre amò ricordare ch’era stato col suo duce anche nell’ora della disfatta”.

Nel 1869 muore Luigi De Sanctis, che era nato tre mesi prima del Gavazzi. Nel 1870, con l’entrata delle truppe italiane in Roma, Alessandro Gavazzi potrà predicare “nella città eterna nella quale non aveva più messo piede dopo il ‘49”. Le prime prediche le tiene al Colosseo, come aveva fatto, a suo tempo, da frate barnabita.

Per correre dietro ai ricordi patriottici abbiamo lasciato da parte il percorso sia dell’Evangelizzatore, che del Presidente della Chiesa Libera.

Indubbiamente, in ogni luogo in cui andava, Gavazzi fondava una chiesa. A volte era un oratore, a volte evangelizzava, a volte avviava un lavoro pastorale, ma nel complesso, i tempi di guerra, le chiamate di Garibaldi, gli appuntamenti con la storia patria, distraevano Alessandro Gavazzi da un lavoro stabile e capace di radicarsi un una chiesa locale.

In questo senso è corretto dire “evangelizzatore”, e non pastore, anche se pastore Gavazzi lo fu, in varie chiese e in diverse denominazioni. Negli ultimi anni sessanta dell’ottocento Gavazzi predicò a Venezia, a Guastalla, a Lucca … Ma probabilmente la sua più prolungata attività pastorale fu quella che egli svolse a Roma, nella chiesa di Piazza Ponte S. Angelo, dal 1877 fino alla sua morte, avvenuta il 9 gennaio 1889.

Trascrizione della lapide apposta nella chiesa metodista di Piazza ponte Sant’Angelo in Roma:

A GLORIA DI DIO
DELLE ANIME A REDENZIONE
ALESSANDRO GAVAZZI
IL CONFRATELLO DI UGO BASSI
E CAPPELLANO DI GIUSEPPE GARIBALDI
CONSACRÒ QUESTO ORATORIO
MDCCCLXXVII
E PER DODICI ANNI
MDCCCLXXVII MDCCCLXXXIX
VI CELEBRÒ FEDEL MINISTERIO
RIEVOCANDO
LA EROICA TESTIMONIANZA
DEI MARTIRI DELL’EVANGELO

La chiesa di Ponte S. Angelo passerà alla chiesa Wesleyana nel 1904.

Un breve capitolo sul tema “Il presidente della Chiesa Libera” comporterebbe almeno una lettura attenta e interpretativa di una delle opere più complesse di G. Spini, “L’Evangelo e il berretto frigio, storia della Chiesa Cristiana Libera in Italia 1870 – 1904”, Claudiana 1971.

Una prima assemblea tra chiese libere si ebbe a Bologna il 17 maggio 1865, la seconda fu a Milano nel 1870, poi a Firenze nel 1871, quindi a Roma nel 1872, ecc. ecc., fino al 1904, quando la Chiesa Libera si sciolse, e le singole chiese aderirono ai due rami metodisti in Italia (episcopale e wesleyano); alcune briciole saggiunsero i battisti o i valdesi.

Il problema della Chiesa Libera era la instabilità: ad ogni Assemblea comparivano chiese nuove e si cancellavano chiese che si spegnevano, cambiavano i pastori, che passavano da una denominazione all’altra, non c’erano né una struttura né una visione di fede coerente. D. Maselli (“Tra Risveglio e Millennio – Storia delle Chiese Cristiane dei fratelli, 1836 – 1886”, Claudiana 1974), dopo aver dato conto dei vari movimenti, gruppi, sottogruppi, liti, riappacificazioni e nuovi strappi, tra le tante forme di chiese libere, scrive, a p. 43: “D’ora in poi indicheremo al singolare la chiesa del Gavazzi (Chiesa Libera) e al plurale il movimento del Guicciardini e del Rossetti che prenderà in seguito il nome di “Chiesa Cristiana” (dei Fratelli)”. Gli intrecci fra Chiesa Libera e Chiese libere, tra metodisti, battisti, valdesi e liberi erano infiniti, a volte conflittuali, a volte di collaborazione.

Quello che mi preme oggi è sottolineare che tra i nostri “padri fondatori” c’è questa componente, molto italiana, molto patriottica, molto impegnata, molto confusa, molto superficiale, ma molto generosa.

Lo Scrittore.

Taglialatela, in questo suo ultimo capitoletto, conviene che Gavazzi come scrittore non è geniale. “E’ noto che raramente gli oratori sono anche scrittori”. Ma ci dice anche: “gli scritti di Gavazzi riescono preziosi a chiunque voglia farsi una idea precisa dell’uomo, perché provano che egli possedeva una esatta conoscenza del Protestantesimo, e che non era polemista in luogo d’essere credente, ma era polemista perché era credente”.

Credo che sia un pensiero corretto, e affettuoso. Lo condivido.